Mille giorni di te e di me

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La nascita di questa canzone, come già ricordato da Pasquale Minieri, risale a molto tempo prima della sua pubblicazione, visto che nella sua prima versione era stata scartata dall’album La vita è adesso. In un’intervista rilasciata a Vincenzo Mollica nel marzo del 2004, Claudio Baglioni, a proposito di questo brano, diceva: «È una canzone che nasce dall’idea che l’innamoramento, il vero amore, nasca spesso quando l’amore è finito. È una canzone che nella sua fase ultima diventò più completa e che nacque proprio dal fatto che secondo me un uomo, quando incontra una donna e s’innamora veramente, cerca di nascondersi in lei e poi di nascondere lei stessa – quindi il suo involucro – agli occhi del mondo. Quello secondo me è il momento in cui un uomo s’innamora veramente». Alla domanda in cui gli si chiedeva se in questa canzone ci fossero versi autobiografici che lo riguardassero direttamente, rispondeva, inoltre: «Sì, ce ne sono molti, praticamente tutta la canzone è autobiografica, ma con quel gusto dell’autobiografia che gli artisti hanno di mettere insieme diverse biografie, cioè di creare una rete attraverso la quale sia anche misterioso entrare. C’è un verso, in particolare, che dice “Chi ci sarà dopo di te respirerà il tuo odore pensando che sia il mio”: e questo è un verso a cui sono particolarmente affezionato perché penso che la memoria abbia un odore, l’assenza delle persone si misura ancora con il loro profumo»[1].

Più che domandarsi a chi sia effettivamente dedicata questa canzone, ciò che conta è che riesca a comunicare un’emozione. Evidentemente, l’obiettivo è stato ampiamente raggiunto, visto l’enorme successo di questo brano che è diventato nel corso del tempo uno dei più conosciuti dell’intero repertorio di Claudio Baglioni. Proviamo ora a vedere in che modo la canzone riesce a catturare emotivamente l’ascoltatore.

Intro : Il motivo in La minore[2] suonato dal pianoforte nell’introduzione presenta già – ridotta in estrema sintesi – la caratteristica principale dello sviluppo melodico nell’arco dell’intero brano, e cioè un andamento ondulante che alterna movimenti melodici discendenti a movimenti melodici ascendenti. Dando un’occhiata alla parte di pianoforte dell’introduzione, qui riprodotta, si può notare come la melodia segua una linea discendente/ascendente/discendente/ascendente per concludersi poi con un altro movimento ascendente. Questo andamento melodico altalenante è evidenziato nello spartito sottostante.

 

 

L’effetto ottenuto all’ascolto è quello di una carezza sonora, come se l’ascoltatore venisse cullato dal dondolio dei movimenti melodici.

A – AI : L’ingresso della voce, caratterizzato da un movimento melodico ascendente, introduce il tema di un amore al quale il protagonista della canzone si era affidato come rifugio dal mondo. Quasi immediatamente, però, si scopre che quell’amore è finito (“e adesso che torniamo ognuno al proprio posto / liberi finalmente e non saper che fare”), mentre nella ripetizione della strofa l’attenzione si rivolge ai motivi di quella fine, che però sono difficili da individuare, un po’ come la verità in un processo. Entrambe le strofe sono caratterizzate da progressioni modulanti di settime discendenti, che servono ad aumentare l’impatto emotivo. E mentre il testo racconta della fine di un amore, con la progressione modulante che pungola l’animo, la melodia continua a cullare l’ascoltatore con il suo andamento altalenante, come risulta evidentissimo da questo motivo, che si ripropone (pur se in tonalità diverse) alla fine di ognuna delle due strofe:

 

 

B : La narrazione, che fino a questo momento aveva fatto uso del passato remoto, continua ora guardando al futuro, provando ad immaginare una futura relazione sentimentale su cui inevitabilmente influirà quella appena conclusa, i cui segni non sono evidentemente cancellabili. L’armonia passa significativamente dal modo minore al modo maggiore (Do maggiore), a sottolineare comunque la speranza. Questa parte della canzone, che dovrebbe essere indubbiamente quella più importante, non ha esattamente tutte le caratteristiche di un tipico ritornello: sia perché il testo cambia ogni volta, e sia perché l’andamento tranquillo della canzone permane anche in questa sezione, nonostante un cambio di tonalità in Do maggiore (e poi in Mi minore[3]). Evidentemente, per coinvolgere emotivamente l’ascoltatore, le esigenze narrative del brano richiedono stratagemmi più raffinati di quelli di un ritornello.

Strumentale : A conferma di ciò ritorna la parte di pianoforte dell’introduzione, che con il suo andamento dolce e cullante mantiene tranquille le emozioni.

A – AI – BI : La ripetizione della struttura esposta fino ad ora approfondisce il racconto della separazione, aggiungendo un nuovo particolare quando viene rivelato il responsabile della rottura come colui che in un secondo momento avrebbe desiderato un ricongiungimento. Per ciò che riguarda B, anche questa volta il discorso si sposta al futuro in modo simile a quanto già visto, ma questa volta attraverso gli oggetti usati da lei, che improvvisamente diventeranno di una nuova persona.

BII : Lo sguardo al futuro permane anche nella ulteriore ripetizione di B, solo che adesso è uno sguardo che coinvolge entrambe le parti: i due ex innamorati avranno altre storie, e insegneranno alle persone che incontreranno ciò che hanno imparato insieme. Nello stesso tempo, però, c’è uno sguardo al passato, chiedendosi “cos’è se c’è stato per davvero / quell’attimo di eterno che non c’è”. E in questo punto, con la melodia che ora spicca il volo portandosi su un registro più alto, fa capolino finalmente il titolo della canzone, con quei mille giorni di te e di me che rappresentano ciò che rimane di una storia che è ormai andata. A sottolineare il momento importante della canzone c’è una pausa poco prima del titolo, ed è una pausa in cui non è solo la voce a fermarsi, ma è proprio tutto l’arrangiamento, come a tirare un sospiro prima del momento culminante del titolo. Risulta evidente, perciò, che il ritornello era rimasto in sordina fino ad ora proprio per marcare l’importanza da dare al titolo, che compare solo una volta in questo punto. In aggiunta alla pausa, alla comparsa del titolo, e alla melodia nel registro alto, intervengono anche altri elementi a mettere in risalto questo momento: c’è spazio pure per un momentaneo cambio di tempo in 2/4 e per una modulazione alla tonalità di Re maggiore.

C – Coda: L’ulteriore cambio di tonalità spinge la voce di Baglioni verso picchi altissimi, che rendono questo pezzo estremamente difficile da cantare con le sue due ottave e mezzo (dal Mi2 al La4) di estensione vocale. In questa sezione il coinvolgimento emotivo raggiunge il culmine, mentre il testo racconta di un addio finale in cui il ricordo di sé (che si vuole rafforzare proprio con il massimo spiegamento vocale) viene consegnato all’altra persona come ciò che rimane di quei mille giorni, rievocati dalle note dolci e cullanti del pianoforte che, passato in tonalità di Si minore, conclude sfumando.

 


[1] L’intervista è disponibile su internet – anche in formato video – all’indirizzo http://www.mollica.rai.it/vinile/baglioni2/

[2] Nel Rinascimento, il modo di La era una trasposizione del Mi, ed entrambi i modi erano caratterizzati dall’avere una sola cadenza, che era quella plagale (IV-I, invece di V-I), e dalla mancanza della sensibile alterata. Queste caratteristiche li identificavano come modi “dell’angoscia”, ed è interessante notare come la cadenza plagale e la mancanza della sensibile alterata siano presenti anche nell’introduzione pianistica di questa canzone, che parla di un addio e dunque rispecchia il sentimento dell’angoscia.

[3] Il momentaneo passaggio al modo minore avviene proprio in corrispondenza di un testo dal contenuto malinconico, come “e una storia va a puttane”. La stessa cosa accade più avanti, nel punto corrispondente di BI, quando il testo dice “solo che andavamo via di schiena”. In entrambi i casi, il modo minore viene usato per evidenziare il passaggio malinconico di un triste ricordo.

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