Qui Dio non c’è

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Nel percorso individuale verso la maturità, l’esperienza del dolore si rivela essere spesso fondamentale, e dunque è comprensibile che sul finire dell’album si affacci un brano come questo, che del dolore cerca di analizzarne la complessità. Insieme alle due canzoni successive, in effetti, è uno dei pezzi più riflessivi dell’intero album, ed è il segno evidente che l’epilogo della vicenda dell’uomo alla ricerca di sé è ormai vicino.

Intro : Il brano comincia in Fa♯ minore su un inconsueto tempo di 5/4, con i fiati che ripetono per due volte una frase melodica che finisce ogni volta su una cadenza sospesa. L’utilizzo di un tempo irregolare come il 5/4 ha la precisa intenzione di disorientare l’ascoltatore, negandogli la sicurezza di un tempo facilmente prevedibile.

A – A : Nella strofa, il testo si riferisce a situazioni di disperata umanità, in cui il dolore è talmente persistente al punto da far mettere in dubbio l’esistenza stessa di Dio ad un coro che canta: “Qui Dio non c’è”. Ogni verso evoca una situazione diversa, e ogni due versi si ripete la stessa successione armonica basata su questi accordi: Fa♯m7 – La7 – Re7 – Do♯7 – Fa♯m7 – La7 – Sol♯7 – Do♯7. Nell’esempio sottostante è riportata questa successione che corrisponde ai primi due versi della canzone.

 

Dietro a questo procedimento c’è l’intenzione ben precisa di voler caratterizzare musicalmente le varie situazioni dolorose con lo stesso sistema, regolato essenzialmente dall’armonia: utilizzare lo stesso giro armonico unifica quelle diversità, quei dolori. La cadenza finale, inoltre, è ogni volta una cadenza sospesa, esattamente come accadeva nell’introduzione. Finire ogni volta con questa cadenza, a intervalli regolari di quattro battute, significa spostare ogni volta un po’ più in là l’attesa risoluzione sulla tonica, e preparare l’ascoltatore ad una nuova frase musicale e ad una nuova situazione dolorosa: questo procedimento si ripete per tutta la strofa, e per la sua ripetizione. In tutta questa esplorazione del dolore umano, inoltre, Baglioni vuole togliere ogni certezza all’ascoltatore, e dunque usa due accordi per battuta che, siccome il tempo è di 5/4, finiranno col coprire movimenti diversi: uno ne coprirà due, e l’altro tre, evidenziando l’irregolarità. Anche le frequenti pause nella melodia hanno la stessa funzione di rendere il tutto meno prevedibile e più irregolare.

B – BI – Strumentale: Dal dolore degli altri, ora si passa al dolore personale attraverso ricordi di piccole sofferenze, e pur se le situazioni raccontate non sono drammatiche come quelle delle strofe precedenti, l’esperienza diretta le rende comunque significative. Il dolore in musica è tradizionalmente espresso attraverso i cromatismi[1], ed è proprio a questo espediente che Baglioni ricorre nel rammentare le sue personali esperienze di sofferenza. La frase melodica sottostante è un chiaro esempio di quanto appena detto.

 

 

A caratterizzare questa sezione, oltre ai cromatismi, c’è anche una progressione ascendente che conclude su quattro battute strumentali uguali a quelle dell’introduzione.

A – B – BII : La ripetizione delle sezioni A e B di basa come al solito sugli stessi temi trattati fino ad ora: l’unica differenza è che in A (che ora appare solo una volta) c’è un paragone diretto tra il dolore personale e quello degli altri: “Ho vissuto giorni opachi / come gli ubriachi…”. Musicalmente, BII si differenzia da B per il fatto di concludere con una cadenza mista (IV – V – I) che porta alla tonalità di La minore attraverso un acuto che oltretutto innalza l’ambito melodico preparando l’ingresso del ritornello.

C – CI : Dall’alto di un Mi4 (e raggiungendo anche un La4) la melodia declina verso un La3 attraverso una progressione discendente semitonale che ben si coniuga al contenuto del testo, che si lascia andare ad una amara constatazione: il dolore fa inevitabilmente parte del mondo, e in quel dolore Dio sembra essere assente proprio quando se ne avrebbe maggiore bisogno. La ripetizione del ritornello, CI, ha una battuta in più, a cui corrisponde il testo “e volevo solo un segno”: questa battuta verrà usata più avanti per collegare la successiva sezione, D.

Ripetizione di A – B – BIII – C – CI : Nel momento della ripresa di A, invece delle usuali situazioni di dolore raccontate in precedenza, c’è – almeno solo per i primi due versi – un’immagine molto forte: “Ma il cielo è come un vecchio pazzo / con un violino aspide”. Il violino è spesso associato alla follia, ma soprattutto è lo strumento che più di tutti ha connotazioni diaboliche[2]. È proprio in corrispondenza di queste parole che il violino fa la sua prima comparsa nella canzone, quasi come materializzazione diabolica che è causa dei dolori umani. Oltre alla particolarità di questi due versi, non c’è altro da segnalare, se non che il brano continua ad analizzare il sentimento del dolore, giungendo alla ripetizione del ritornello.

D : L’aggiunta della sezione D, in Fa♯m, si innesta direttamente sull’ultima battuta di CI, di cui riprende il giro armonico, ripetendone per altre tre frasi gli accordi Si7 – Re7 – Do♯7 – Fa♯m7. Contrariamente a quanto avveniva in precedenza, ora non c’è più una serie di cadenze sospese, ma c’è un’improvvisa insistenza sulla cadenza perfetta, che si ripete per quattro volte. Ciò avviene perché il testo, intanto, sta mostrando i vari modi in cui Dio si manifesta nel mondo, attraverso le montagne, le piante, gli animali e infine anche attraverso l’uomo. In questo momento della canzone non c’è più posto per alcun dubbio sull’esistenza di Dio, che si manifesta in tanti modi diversi, e dunque la musica è lì a sottolinearlo con ripetute cadenze perfette, che sono l’antitesi delle cadenze sospese che caratterizzavano il dolore. Ora c’è solo armonia, e dunque le cadenze devono essere per forza delle cadenze perfette.

Strumentale – BIV – Coda : Dopo questa momentanea visione di serenità ritorna il violino che, nelle otto battute successive – sullo stesso giro armonico di B – richiama con sé i momenti di sofferenza che portano all’amara conclusione. Subito dopo, infatti, su una variazione di B, il brano termina con questa constatazione: “E se non mi fosse andato mai di bere / avrei imparato a farlo e allora Dio bevi con me”. Un mondo corrotto costringe, volenti o no, a fare i conti con la sofferenza, ed è proprio in quei momenti che si cerca la compagnia di Dio. Ma il brano termina con la presenza inquietante e diabolica del violino, e lo splendido assolo di Didier Lockwood sembra rendere quasi beffarda la richiesta di compagnia di un Dio che, tanto, non c’è.

 


[1] I cromatismi sono tipici, ad esempio, nella scrittura di un compositore come Gesualdo da Venosa, che ne faceva un suo tratto distintivo.

[2] Basti pensare alle voci su un sospetto patto col diavolo stipulato dal violinista Niccolò Paganini, oppure alla Sonata per violino in Sol minore di Giuseppe Tartini, nota appunto come “Trillo del diavolo”.

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