Vivi

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La seconda facciata del primo disco (non bisogna dimenticare che Oltre è stato concepito per il vinile) si apre con un brano che sin dal primo ascolto colpisce per l’audacia del testo: nessuna canzone di Baglioni aveva avuto fino a quel momento un contenuto così spiccatamente erotico e – insieme a Domani mai nello stesso album – poche altre ne avranno in seguito.

Questa canzone è strutturata in maniera molto semplice, essendo composta solo da introduzione, strofe (A), ritornello (B) e ponte (C), più un coro che fa da coda.

Intro : L’introduzione strumentale, in Si minore, presenta alla tastiera un motivo che verrà ripreso più avanti tra le varie parti della canzone, oltre che nel coro finale.

A: La prima strofa comincia con la descrizione di una situazione di benessere: “Cosa vuoi di più che avere / il solo guaio delle nubi…”. Subito dopo, vengono chiariti il contesto ambientale (la spiaggia), quello temporale (mattino presto, tarda primavera), e il soggetto: il noi di una coppia che si bacia. Una cosa importante da notare è il modo in cui la scena viene descritta: sappiamo che è mattina presto, che è tarda primavera, ma non sappiamo se l’azione si svolge nel passato, nel presente o nel futuro. La canzone infatti inizia con quel verbo avere all’infinito (“Cosa vuoi di più che avere”) che rende tutto molto vago. Questa vaghezza ha una motivazione, che verrà chiarita alla fine del brano.

AI : La seconda strofa inizia ancora con “Cosa vuoi di più”, solo che adesso non c’è più il verbo avere, ma il verbo entrare, coniugato al passato: “Cosa vuoi di più, entravamo / in quella casa…”. La situazione ora diventa molto più chiara, e si riferisce a due amanti che nel passato si amavano in una casa completamente vuota. Questa strofa è di due battute più corta, e la melodia nella parte finale si sposta più in alto per aumentare la tensione e lanciare più agevolmente la parte principale della canzone.

B : Il ritornello, sempre rivolto al passato (“Vivi eravamo…”), è un’esaltazione della vita e della passione sensuale. Per rendere forte l’immagine, Baglioni tira in ballo i quattro elementi (aria, fuoco, acqua e terra) che secondo i filosofi presocratici sarebbero alla base della nascita (con il loro unirsi) e della morte (con la loro separazione) di tutte le cose esistenti. Tra i quattro elementi, quello del fuoco è evidentemente quello dominante, in questo momento di passione. Per far arrivare ancora meglio all’ascoltatore il messaggio passionale, viene usata anche una progressione che dalla tonalità di Si minore passa attraverso quelle di La maggiore e Sol maggiore per poi tornare nuovamente su quella di Si minore. Un particolare che merita di essere notato è la cadenza plagale (IV – I) che viene utilizzata alla fine, nel collegamento con la sezione successiva. La caratteristica tipica di questa cadenza è quella di essere più antica, più vicina ai modi gregoriani che alla moderna tonalità, e dunque adatta ad esprimere musicalmente tutti quei concetti legati alla lontananza. In questo caso, la cadenza plagale viene usata per anticipare musicalmente il riferimento alle culture lontane di cui si occuperà il testo nella parte conclusiva della canzone.

A – AI : Dopo quattro battute strumentali si ripresentano le due strofe, e anche questa volta entrambe iniziano con le parole “Cosa vuoi di più…”. Entrambe descrivono scene di un amore appassionato – addirittura consumato nel buio di portoni – ma si differenziano anche stavolta per la modalità temporale: in A c’è il verbo all’infinito (“Cosa vuoi di più che andare”), mentre in AI il verbo è al passato (“Cosa vuoi di più stavamo”).

 B – BI : Il ritornello ora viene riproposto due volte: la prima volta rimane tale e quale (con lo stesso “Vivi eravamo…”), ma la seconda viene coniugato al futuro (“Vivi torneremo…”). Viene ora da chiedersi il perché di tutti questi cambi temporali. Ce ne sono ben tre nella canzone: infinito, passato e futuro. Perché?

C : La risposta viene data adesso, con la riproposizione dei primi due versi (su musica diversa, per sottolineare un senso diverso alle stesse parole): “Che vuoi di più che avere / il solo guaio delle nubi”. Le stesse parole ritornano come ad indicare l’inizio di un nuovo ciclo, come se ricominciasse tutto daccapo, ripetendo in eterno il ciclo della vita che è composto dall’alternanza di nascita e morte. Il modo infinito usato in questa circostanza si adatta a qualsiasi tempo, e dunque anche al futuro usato nel precedente ritornello, perché tutto ritornerà uguale a prima, e gli amanti che si sentivano vivi in passato lo saranno anche in futuro, e il loro essere fondamentalmente egoisti (questo è ciò che rivela la riproposizione di “Che vuoi di più che avere / il solo guaio delle nubi”) non farà loro vedere le sofferenze e le morti di popolazioni che vivono lontane e in realtà completamente diverse. Del ciclo della vita, agli amanti sembra essere noto solo l’aspetto positivo.

Coro : A questo punto interviene un coro che trasforma in elemento puramente musicale i nomi di popolazioni appartenenti a vari gruppi etnici in via di estinzione in varie parti del mondo, che delle sofferenze di cui sopra sono le vittime, in quanto soggiogati dalla cultura occidentale interessata allo sfruttamento economico dei loro territori. Al di là di qualsiasi significato, però, ora il brano si conclude trasformando in puro elemento sonoro quella che in realtà è una semplice lista di nomi di gruppi etnici:

Ainu Akha

Lacandon Tasaday

Nambikwara

Gond Maori Masai

Kuna Hopi

Yanomani Semang

Onge Kogi

Waorani Penan

Caingua Veddas

Sammi Caraja

Inuit Abbos

Tuareg Jurana

Questi nomi vengono intonati su un unico motivo che si ripete continuamente, e che contiene al suo interno un elemento che richiama la tradizione musicale indiana. Questo elemento che Baglioni prende in prestito dalla teoria musicale indiana è quello del purva melakarta, ovvero uno dei due modi in cui possono essere organizzati i 72 raga (scale musicali) alla base del sistema musicale indiano. Nella figura seguente è mostrato lo schema del purva melakarta, costituito da due tetracordi separati da un tono. La parte evidenziata è quella utilizzata da Claudio Baglioni.

 

 Purva melakarta

Ed ecco come questo frammento preso dalla teoria musicale indiana compare nel coro finale di Vivi:

 

 

Come si può vedere, si tratta esattamente della stessa sequenza intervallare, trasposta semplicemente una sesta sopra. Mancano gli strumenti tradizionali – certo – e il contesto rimane in ogni caso quello di una moderna canzone occidentale, eppure il passaggio esotico riesce ad arrivare comunque all’ascoltatore, facendosi riconoscere immediatamente come appartenente ad un mondo musicale legato a qualche lontana etnia. Ecco allora che questo elemento appare come decisivo nel caratterizzare il coro finale, marcandolo musicalmente come elemento lontano dai due protagonisti della canzone, unicamente assorbiti dal vivere nel loro mondo, il solo che sembrano voler conoscere.

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